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Profilo della Fototeca

La lunga gestazione della Fototeca

Nel 1985 viene istituito il Laboratorio di fotoriproduzione e microfilm allo scopo di mettere in sicurezza gli archivi più precari, o di divulgare quelli più consultati e di preservarli dai danni del tempo e dell'usura. Con il trascorrere degli anni è nata l'esigenza di far fronte alla crescente domanda da parte degli storici di salvaguardia e utilizzo di archivi fotografici.
L'avvento della fotografia digitale, la forte riduzione di quella tradizionale e l'impiego di software e scanner in archivio hanno contribuito all'acquisizione di nuove competenze per aggiornare le attività di base - archiviazione, catalogazione e diffusione - e la conseguente progettualità.
Il laboratorio di fotoriproduzione e microfilmatura, che aveva avviato la catalogazione digitale giá nel 1996, presenta sul web i suoi primi archivi fotografici digitali nel 2011, dando vita ufficialmente alla Fototeca dell’Archivio provinciale.

Obiettivi e strategie

Il tema della trasmissione della memoria e di quel debole filo che lega i testimoni del tempo alla ricostruzione storica di un evento è di fondamentale importanza per ogni attività di conservazione e di catalogazione archivistica. Per la catalogazione fotografica il mantenimento di un senso compiuto nella lettura e nell’interpretazione di un’immagine può essere più limitato nel tempo che in qualsiasi altro media anche a causa della sua fragilità.

La presa in carico di fonti fotografiche da parte delle istituzioni competenti diventa quindi di fondamentale importanza per la memoria storica. Le fotografie raggiungono il rango di "documento parlante" proprio se riescono a superare il limite naturale dell’oral history – ovvero l’esistenza in vita dell’autore o del testimone – e se vengono contestualizzate dall’archivista o dallo storico che le ricolloca nel luogo e nel periodo storico appropriato. Diversamente, la fotografia può restituirci qualche informazione complementare, utile ma di discutibile certezza e talvolta meno significante di un tramonto sul mare in cartolina.

Fondamentale per la crescita della Fototeca dell'Archivio provinciale (AP) è stato il senso civico mostrato da tutti i possessori e proprietari di archivi fotografici che hanno voluto donare o vendere il loro fondo all’Amministrazione provinciale per arricchire il patrimonio comune e riconsegnarlo nelle mani della collettività. Grazie a questo spirito di condivisione la memoria storica ha potuto colmare alcune lacune mnesiche nella ricostruzione del passato.

Le collezioni fotografiche costituiscono o aiutano a costruire la memoria iconografica collettiva di una comunità e dovrebbero pertanto restare nel luogo dove sono sorte e conservate nelle mani di chi mantiene il filo della memoria con esse, siano quelle dell'autore, dell'azienda o del collezionista che le ha selezionate. 

A tal fine l’intervento nella salvaguardia e recupero della memoria è un proposito che la Fototeca mette in campo, in collaborazione con le istituzioni locali, o in loro sostituzione solo quando queste non sono attrezzate per affrontare tale compito.

Il patto di corresponsabilità consiste nella stipula di un contratto di deposito – generalmente ventennale e rinnovabile ogni dieci anni – tra l'AP e il proprietario del fondo o della collezione: un lasso di tempo che consente all'Archivio provinciale di catalogare e restituire alla collettività le immagini sul web. In alternativa, viene eventualmente concesso un contributo per la creazione di una ambiente idoneo alla conservazione della documentazione fotografica e alla preservazione dagli inevitabili danni dell'incuria e del tempo.

La produzione di metadati (digitalizzazione e catalogazione) è considerata attività preminente della Fototeca, accanto alla salvaguardia e la diffusione del patrimonio fotografico, poiché funzionale alla divulgazione della cultura fotografica, a generare coscienza e conoscenza del patrimonio archivistico e fotografico, a promuovere la ricerca scientifica e a creare una memoria collettiva condivisa.

Nel 2008 è stato redatto un manuale interno con esempi di riferimento, regole e standard internazionali utili a guidare e uniformare la catalogazione e a incanalarla progressivamente verso l'obiettività nell'attribuzione del titolo e la corretta metadatazione delle risorse digitali. Attualmente sono oltre 38000 le schede disponibili sul web e altre sono in corso di validazione.

La visione di una rete di archivi locali con riferimenti nazionali è obiettivo qualificante delle linee guida che l’AP si è dato nel 2004. A tale scopo vengono custodite anche le collezioni fotografiche prodotte e raccolte dagli uffici dell'Amministrazione provinciale e che oggi costituiscono parte integrante della documentazione storica. Il gruppo che ha redatto le linee è stato compatto sulla direzione dello sviluppo e gli sforzi in ogni settore hanno puntato e puntano a quella visione che oggi vediamo realizzata in buona parte e con buone prospettive di essere completata.

L'istituzione della Fototeca

La nascita di un vera e propria Fototeca è cosa recente nella storia dell’Archivio provinciale.
Si riporta qui, per identità di vedute, la traduzione della ricostruzione fatta dalla collega Marlene Huber (in Archive in Südtirol / Archivi in Provincia di Bolzano. Geschichte und Perspektiven / Storia e prospettive; Innsbruck: Universitätsverlag Wagner, 2018, pag. 355.):  

"Dopo l’esposizione “Option – Heimat – Opzioni”, [1989, nda] per la quale era stata raccolta un’ingente quantità di materiale, ritorna attuale la domanda sul “dove” raccogliere e conservare le fotografie storiche in Alto Adige. Chi aveva realizzato la mostra aveva anche rilevato due grossi deficit. In primo luogo, la mancanza – sofferta dai ricercatori – di una mappa degli archivi fotografici con una lista delle collezioni disponibili e i dati sulla loro accessibilità. La ricerca di immagini era stata possibile, infatti, solo grazie alle conoscenze personali e alla rete informativa degli iniziatori della mostra. In secondo luogo, la mancanza di un centro per l’archiviazione della collezione, che avrebbe condotto al rischio di frammentarla nuovamente dopo la chiusura dalla mostra. Ritenne invece di promuovere l’elaborazione di una strategia concettuale per l’istituzione e la conduzione di un centro di documentazione fotografica affidandone la stesura a sei esperti: La mappa concettuale [prodotta] si apre con una riflessione di Hans Heiss sulla presenza e il ruolo della fotografia nella storia e cultura sudtirolese e sulle lacune da colmare per poterla utilizzare come fonte di studio."

Nel 1992, dopo un travagliato percorso e considerate le scarse e ancor non qualificate risorse umane disponibili, l’Ufficio Audiovisivi in lingua tedesca e l’Archivio provinciale costituirono ben due archivi fotografici tracciando una sbiadita e marcatamente inapplicabile linea di confine secondo necessità e obiettivi istituzionali:  il primo avrebbe collezionato immagini ferme e in movimento di carattere artistico-culturale, il secondo immagini a carattere storico-documentale.
Anche la scelta di un software per la catalogazione di immagini presentava, al tempo, alcune criticità e ne furono così determinati i requisiti fondamentali:

  • la specificità per il trattamento delle immagini,
  • la rispondenza ai criteri internazionali di catalogazione ISAD(G), 
  • la presenza di una funzione “thesaurus”, 
  • la multilingualità dei contenuti.

La scelta per l'AP ricadde su un software francese, Image Base Pro (ora Ajaris), non essendo ancora disponibili prodotti convincenti (e bilingui) offerti dal Ministero.

Per raccogliere il suggerimento di Hans Heiss e “collezionare originali e anche copie”  e altre “fonti iconografiche ausiliarie”  fu proprio la collezione fotografica generata con la mostra “Option – Heimat – Opzioni” del 1989 a costituire il primo mattoncino del patrimonio fotografico della Fototeca. La catalogazione si concluse nel 1999 e le immagini diventarono nuovamente consultabili nella sala di lettura dell’Archivio provinciale sotto forma di album cartacei. 

La seconda attività di catalogazione prese il via nel settembre 1998 sulla base di un repertorio archivistico già esistente (stilato nel 1997), relativo al archivio fotografico dell’Azienda Elettrica Consorziale, depositato qualche mese prima presso l’Archivio provinciale. Il 2 dicembre 2004 le immagini vengono ufficialmente rese accessibili al pubblico in intranet attraverso un infopoint collocato all’entrata dell’Archivio provinciale. Un locale del deposito da adibire ad archivio fotografico fu completato solo l'anno prima, nel 2003 e venne popolato con i due fondi catalogati.

Opere di sensibilizzazione, appelli pubblici e un atteggiamento proattivo hanno contribuito a raccogliere e custodire, nei 20 anni successivi, oltre 100 fondi fotografici con più di 130.000 immagini, elencati nella scheda "Raccolta". Si tratta in prevalenza di materiale moderno, carta e negativi in bianconero ai sali d'argento, diapositive a colori, con una sezione di ca. 5000 lastre di vetro – delle quali 1823 sono stereoscopie – e qualche centinaio di albumine. Per ora nessun pezzo di pregio dal punto di vista della tecnica fotografica. La fonte sono vendite, donazioni o depositi di privati cittadini, pubbliche istituzioni, fotografi professionisti e aziende.
La posizione della Fototeca all'interno di un archivio storico ha comportato anche un certo rigore nella catalogazione, progressivamente diretta all'obiettività nell'attribuzione del titolo e alla ricerca storica. Nel 2008 viene così redatto un manuale interno con esempi di riferimento, regole e standard utili a guidare e uniformare la catalogazione.
L'appartenenza alla Ripartizione Beni culturali ha poi accresciuto l'attenzione nel riconoscimento di fotografie di immobili sotto tutela, e la loro segnalazione e condivisione con software specifici (ad es.: Monument Browser).

L'attività di promozione e divulgazione della cultura fotografica sul territorio è ancora molto contenuta a causa del ridotto personale: all'attivo si contano poche esposizioni, consultabili online nella sezione dedicata, e conferenze. Un'attività triennale piú intensa è stata realizzata in collaborazione con otto partner, italiani e austriaci. Si tratta del progetto Interreg V-A Italia-Austria “Argento vivo. Fotografia patrimonio culturale” (2017-2019) con obiettivi chiari dichiarati nel titolo: “Competenza nell'utilizzo, accesso libero. Strategie innovative”.

La Fototeca digitale

Alessandro Campaner, Nascita e sviluppo dell’archivio fotografico dell’Archivio provinciale di Bolzano, in: Archive in Südtirol: Geschichte und Perspektiven. Archivi in Provincia di Bolzano: storia e prospettive, hrsg. von/a cura di Philipp Tolloi (Collana dell'Archivio provinciale vol. 45), Innsbruck 2018, pp. 319-350.

La costituzione di un Archivio Fotografico Digitale (AFD) era un tema già affrontato da tempo con Josef Nössing e Helmut Stampfer. Ufficializzato nell’agosto 2003 anche nella corrispondenza con Helmut Ladurner – il direttore della ripartizione Informatica – l’AFD fu tuttavia completato solo nei primi mesi del 2005 con l’acquisto dell’attrezzatura necessaria a digitalizzare[1] e gestire in sede le immagini archiviate in deposito.

È il primo seme che genererà la spiga.

Digitalizzare le immagini storiche è un’iniziativa funzionale alla loro conservazione e futura utilizzazione, ma affidarne la conversione a ditte esterne mette a rischio la loro integrità – poiché debbono essere trasferite presso aziende fuori città – e comporta un aggravio di spesa. È bene ricordare che solo venti anni fa – ovvero negli ultimi anni del Novecento – la digitalizzazione era quasi un lusso per molte amministrazioni, non solo per quella provinciale, e la tecnologia di scansione era ancora una nicchia di mercato per pochi addetti ai lavori. Gli esigui progetti di valorizzazione del patrimonio fotografico e iconografico sul web, anche quando sostenuti da grandi finanziamenti statali o regionali, erano rallentati dall’indisponibilità di infrastrutture adeguate – reti, hardware e software, così come li conosciamo oggi – e dall’incertezza di standard e normative. L’Istituto centrale per il catalogo e la documentazione ha emanato nel 1998[2] una normativa con i criteri per la digitalizzazione delle fotografie che in un breve lasso di tempo – grazie al rapido sviluppo tecnologico – sono divenuti obsoleti e addirittura inefficaci per il raggiungimento degli obiettivi prefissati. Un progresso in materia di lunga conservazione dei files digitali si è compiuto nel 2004 con il Codice dei beni culturali[3] e le Linee di indirizzo per i progetti di digitalizzazione del materiale fotografico[4] ma le prescrizioni di conservare il master e due copie dei files digitali non fa riferimento ad alcuna struttura (ministeriale o privata) che offra un servizio di backup: lo spunto teorico resterà a lungo senza applicazione e l’iniziativa lasciata alle singole unità amministrative.

Per la ripartizione Beni culturali l’acquisizione di uno spazio disco (storage) nel quale salvare le oltre 250.000 fotografie presenti nel 2006, in crescita costante e in corso di digitalizzazione diventa un obiettivo di evidente urgenza e importanza strategica. Attraverso contatti e una stretta collaborazione con la ripartizione Informatica si gettano le basi per costituire – accanto all’archivio fotografico tradizionale (analogico) – un archivio fotografico digitale omogeneo poggiato su un’infrastruttura informatica adatta a condividere le risorse disponibili. Inizialmente si punta a trasformare l’archivio fotografico digitale in uno strumento di lavoro comune ed efficace per i collaboratori che amministrano o utilizzano le risorse, per mirare successivamente alla pubblicazione dei metadati in internet. La ripartizione Informatica sostiene l’obiettivo: il server con 160 Gigabyte (GB), fornito nel 2002, verrà sostituito nel 2007 da tre server e una Storage area network (SAN) con Hard disk drive (HDD) per complessivi 3,5 Terabyte (TB) di spazio.

La tipologia delle immagini conservate – lastre di vetro e negativi di grande e medio formato – sono una peculiarità dell’Archivio provinciale che costringono l’AFD ad adottare politiche di conservazione e digitalizzazione adeguate ma costose: una lastra digitalizzata ad alta definizione e nel formato Tagged Image File Format (TIFF), prescritto dal Ministero, arriva a occupare da sola oltre 400 Megabyte (MB) e a riempire in breve lo spazio disco disponibile. Di lastre e negativi se ne accumulavano a decine di migliaia. Così l’Informatica nel 2008 amplia lo storage a 10 TB e lo espande a 19 TB nel 2010.

La richiesta di una copia di backup alla ripartizione Informatica, avanzata con insistenza dal 2009 non è ancora pienamente attiva. Il Codice dei beni culturali, il ministero dell’Istruzione, dell’università e della ricerca e il buon senso prescrivono e raccomandano di generare e conservare due copie dei files originali. Debolezze infrastrutturali, alti costi di gestione, un po’ di imprudenza nell’affrontare i rischi di un disastro e l’inerzia decisionale della ripartizione Informatica a riguardo hanno indotto il responsabile dell’AFD ad assumere personalmente la gestione della copia di backup. All’AP non è rimasto che attuare l’unica soluzione tampone ragionevole: acquistare in autonomia uno spazio disco (complessivamente 22 storage da scrivania per un totale di quasi 70 TB) per garantire le misure di sicurezza minime contro un eventuale disastro informatico.[5] Il backup così distribuito ha comportato e comporta tuttora un considerevole dispendio di tempo.


[1] L’acquisto di uno scanner piano Fuji Lanovia Quattro e di un Mac e il relativo software per gestirlo fu il passo definitivo per avviare un’attività di digitalizzazione in sede.

[2] Ministero per i beni e le attività culturali, Normativa per l’acquisizione digitale delle immagini fotografiche, Roma 1998.

[3] Decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42 “Codice dei beni culturali e del paesaggio”.

[4] “Archiviazione del file source (copia di sicurezza sul server e su supporti magnetici)” si v. Gruppo di lavoro sulla digitalizzazione del materiale fotografico (a cura di), Linee di indirizzo per i progetti di digitalizzazione del materiale fotografico, s. l. 2004, p. 7; documento di lavoro online (ultima consultazione 7. 3. 2018).

[5] Il deposito dell’AP si trova a tre piani sotto il livello stradale; qualora si verificasse un evento climatico o ambientale di grande portata o anche semplicemente un’inondazione dovuta a una “bomba d’acqua” – una precipitazione con 120/200 mm di pioggia – l’archivio fotografico subirebbe gravi danni. In questo caso di molte immagini rimarrebbe solo la versione digitale e se contemporaneamente si verificasse un qualsiasi danno alle apparecchiature elettriche e informatiche sarebbe a rischio anche la copia digitale. La soluzione definitiva a questa mancanza sarà realizzata nel corso del 2018 con l’implementazione di un backup remoto.

La catalogazione condivisa

La catalogazione si appoggia generalmente ad un sistema di funzioni e strumenti integrati che aiuta e disciplina lo svolgimento di tutte le attività degli utenti secondo le personali competenze all'interno di una rete locale (LAN) o di un dominio Intranet/Internet).

[Alessandro Campaner, Nascita e sviluppo dell’archivio fotografico dell’Archivio provinciale di Bolzano, in: Archive in Südtirol: Geschichte und Perspektiven. Archivi in Provincia di Bolzano: storia e prospettive, a cura di Philipp Tolloi (Collana dell'Archivio provinciale vol. 45), Innsbruck 2018, pp. 319-350.]

"La catalogazione fuori sede con software generici come Microsoft Access o Excel, che consentivano il successivo import dei dati in Ajaris, appare però al catalogatore un ostacolo all’utilizzo di risorse comuni come il thesaurus, le anteprime, le immagini di alta definizione integrate e una maschera personalizzata di catalogazione. L’esperienza del 1997 con l’archivio dell’AEC e la collezione “Option – Heimat – Opzioni” aveva messo in luce i problemi strutturali: la banda di trasmissione della rete, la struttura e l’attrezzatura informatica (l’hardware) disponibili in Archivio erano ancora troppo deboli per sostenere grandi flussi di dati e immagini peculiari della catalogazione. Nel 2001 viene completato il cablaggio dei tre palazzi della Ripartizione con dorsali in fibra e prese in rame e si attivano le risorse su un server con 160 GB di spazio disco, ma dati e immagini resteranno racchiusi nella rete interna provinciale (intranet) e rimarranno ancora a lungo solo uno strumento di lavoro interno limitato a causa della debolezza delle apparecchiature.

Una riflessione su questa difficoltà impose scelte successive indirizzate con decisione a una condivisione più ampia delle risorse.

Catasto dei cronisti: Margot Pizzini, responsabile per i cronisti sudtirolesi sottopone alla direzione dell’Archivio provinciale e all’AFD un’interessante iniziativa: la formazione di un catasto per immagini dei cronisti. Nel 1997 era stata avviata un’indagine sulla consistenza del patrimonio fotografico dei cronisti che ammontava a ca. 21.000 immagini. Purtroppo nel 2005 l’iniziativa si arenò ancora a causa di difficoltà organizzative e logistiche: la distribuzione dei cronisti sul territorio – normalmente considerata positivamente – divenne un fattore d’ostacolo per la catalogazione condivisa su un unico database.

Partner esterni: Il progetto del catasto dei cronisti precorse i tempi e le soluzioni tecnologiche non erano ancora mature. Lo saranno solo dal maggio 2011, con l’apertura dell’AFD a internet con nuove pagine e nuovi moduli applicativi: Fullweb e Uploader.
Il Museu d’Història de Catalunya aveva mostrato nel 2005 un forte interesse per l’archivio fotografico Guglielmo Sandri e nel 2007 aveva avviato una collaborazione con l’Archivio provinciale per organizzare – con la sponsorizzazione della ditta Leitner – una mostra con catalogo in tre lingue a Barcellona e per trasferirla e riadattarla successivamente a Bolzano. A seguito dell’iniziativa all’AFD erano state inoltrate diverse richieste da parte di storici e ricercatori spagnoli con l’intento di visionare e studiare le immagini e con l’offerta di contribuire anche alla loro catalogazione. In questo caso la catalogazione condivisa ha dovuto arrendersi ai limiti della tecnologia informatica e i dati, prodotti su tabelle Excel, si sono dovuti importare negli anni a seguire, con le conseguenti limitazioni.

La banca dati dei monumenti ai caduti: compilata da Elmar Heinz tra il 2012 e il 2015, “costituisce un primo inventario dei monumenti ai combattenti (Kriegerdenkmal) presenti su tutto il territorio provinciale di Bolzano. Essa offre, a chi ne abbia interesse, una prima panoramica sulla diffusione di questo tipo di monumento, sul loro messaggio verbale e sul linguaggio delle forme. Sebbene oggi non godano quasi più di alcuna considerazione e raramente siano fatti oggetto di attenzione, essi costituiscono un’importante testimonianza di storia regionale, locale e, non ultimo, familiare poiché di regola vi sono riportati i nomi dei caduti e dei dispersi delle rispettive località.

La banca dati va considerata prevalentemente come raccolta di fonti primarie per ulteriori ricerche. Le stesse immagini fotografiche, scattate per la maggior parte negli anni 1989/90, sono da considerare in parte come fonti storiche poiché da allora, in numerose località, i monumenti ai combattenti sono stati rifatti, sostituiti da nuovi, hanno subito modifiche o sono del tutto scomparsi.[1]

Elmar Heinz, che scattò le immagini cui si fa riferimento nell’introduzione, ha potuto catalogarle dallo studio di casa grazie al modulo fullweb di Ajaris che gli consentiva di accedere a suo piacere alla banca dati dell’AFD.

Il software di catalogazione Ajaris si è dimostrato uno strumento efficace anche nel lavoro degli archeologi, poiché capace di implementare un modulo di catalogazione da remoto ancora più complesso (Uploader) che consente di catalogare immagini e di inviarle assieme ai metadati integrandole direttamente nel database. Con l’introduzione del modulo Uploader nel 2009 terminerà anche per gli archeologi il gravoso compito dell’importazione di dati da eterogenee tabelle Excel contenenti valori estranei alle liste di controllo (ad es. la lista delle località e dei comuni catastali).


[1] Introduzione di Elmar Heinz alla raccolta tematica “Monumenti ai caduti altoatesini” (si v. archivio fotografico online: MONUMENTI AI CADUTI ALTOATESINI